Berardino Palumbo — «Il focoso Viceré Caracciolo»: giocare con la modernità in Giuseppe Pitrè e altri siciliani

Abstract

Riprendendo alcune suggestioni gramsciane e tentando di problematizzare il modello della disemica “intimità culturale” messo a punto da Michael Herzfeld a partire dai suoi terreni greci, questo scritto prova ad analizzare il posizionamento che alcuni intellettuali siciliani, Giuseppe Pitrè in primis, adottarono attraverso la propria opera rispetto ai rapporti tra neonato stato unitario e contesto regionale siciliano. In particolare, mettendo a confronto la postura e le strategie narrative adoperate da Pitrè nel rappresentare per un pubblico nazionale e internazionale aspetti della devozione popolare e delle pratiche festive pubbliche, sia con quelle di altri intellettuali a lui coevi (Capuana, Verga) sia con quelle dei protagonisti di vicende conflittuali siciliane e locali di qualche decennio prima, si cerca di definire la linea che separa il dicibile e l’indicibile nella nascente sfera pubblica nazionale a riguardo dei rapporti tra religione, violenza, politica e stato nazionale.

This paper analyzes the positioning some Sicilian intellectuals, and among them Giuseppe Pitrè, adopted at the end of the XIXth century facing the problem of articulating the regional context they lived in, with the newly unified Italian nation state. Specifically it compares the narrative strategies Giuseppe Pitrè adopted in representing to a national and international audience aspects of Sicilian popular devotion and public festive practices with those of other coeval intellectuals (Luigi Capuana, Giovanni Verga), on the one side, and with those of the actors of some Sicilian local conflicting scenes, on the other one. In doing so, the paper tries to sketch the line between what can be publicly expressed and what must be removed from the public space of an emerging national public sphere when speaking about the relationship between religion, violence, political and national status. On a more general ground, starting from some Gramsci’s suggestions, the paper aims to question the disemic model of “cultural intimacy” that Michael Herzfeld has elaborated from its Greek materials.